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Intelligenza artificiale e PMI: qual è la vostra strategia?

Intelligenza artificiale e PMI: qual è la vostra strategia?

"Dopodiché finalmente potemmo dedicarci all'intelligenza artificiale vera e propria, e questo è il punto al quale volevo arrivare. Al principio, pensavamo che in capo a dieci anni saremmo riusciti a riprodurre il cervello umano. Purtroppo, per ogni minimo problema risolto, ne spuntavano altri, a milioni. Lei ha idea di che cosa ci vuole per afferrare una palla, portarsi una tazza alle labbra o attribuire un senso immediato a una parola, una frase, un'affermazione ambigua?" - Macchine come me di Ian McEwan

Sono queste le parole che lo studioso Alan Turing, pioniere dell'informatica e dell'intelligenza artificiale, rivolge al protagonista, appassionato di robotica, del romanzo Macchine come me, scritto dall'inglese Ian McEwan, in un'opera che riflette la costante tensione tra le premesse e le conseguenze del progressivo diffondersi di macchine sempre più efficienti in sempre più settori produttivi: dall'industria manufatturiera al mondo dell'healthcare, dai trasporti fino ai servizi. 

L'intelligenza artificiale (nota con l'acronimo inglese AI, artificial intelligence) è, infatti, una tecnologia informatica destinata a mutare profondamente l'interazione tra l'uomo e le macchine e, allo stesso tempo, applicabile a un'infinità di ambiti e dispositivi. Una caratteristica, quella della multidiscliplinareità, che fa sì che l'AI stia penetrando con forza e in maniera capillare nella società, nelle aziende e nella vita quotidiana. Se l'AI è stata l'artefice, insieme alle altre innovazioni digitali, della quarta rivoluzione industriale - basata sull'interconnessione delle nuove tecnologie -, oggi stiamo assistendo all'avvento della prossima fase dell'industrializzazione: la cosiddetta Industria 5.0 basata sul principio della collaborazione tra uomini e macchine e destinata ad accelerare ulteriormente il processo di trasformazione già in atto.

Che cosè esattamente l'AI e come funziona? Il filosofo Remo Bodei nel suo ultimo libro Dominio e sottomissione definisce l'AI come "una disciplina che studia i fondamenti teorici e crea gli algoritmi in vista della produzione di software in grado di mimare alcuni tipi di intelligenza umana [...] in vista della soluzioni di specifici problemi o del conseguimento di determinati scopi". Il Parlamento Europeo descrive l'AI in termini di "abilità di una macchina di mostrare capacità umane quali il ragionamento, l’apprendimento, la pianificazione e la creatività", sottolineando come questa tecnologia sia già largamente diffusa nella vita quotidiana: dallo shopping on-line agli algoritmi finanziari, dall'assistente virtuale del cellulare ai software di traduzione automatica, dai navigatori installati nelle macchine alle ricerche su Internet. 

L'ora è scoccata: il futuro corre sui binari dell'AI

La pandemia non solo ha portato all'attenzione dell'opinione pubblica il tema della tecnologia e dell'AI, ma ha anche velocizzato il processo di digitalizzazione all'interno delle organizzazioni, apportando una serie di cambiamenti destinati a rimanere a lungo nel modo di operare delle aziende. Nei prossimi anni, infatti, il mondo conoscerà una trasformazione senza precedenti trainata da una rapida e profonda accelerazione nella combinazione di tecnologie digitali, AI e generazione di dati (i cosiddetti big data). Si prevede, infatti, che nel 2022 il 66% dell'economia mondiale sarà abilitata da tecnologie digitali; inoltre, si calcola che tra il 2020 e il 2023 gli investimenti e il fatturato generati dall'AI, a livello globale, crescerà di dieci volte, raggiungendo un valore superiore al trilione di dollari. Un quadro al quale si aggiunge l'esplosione di dati, un fenomeno inarrestabile che nei prossimi anni conoscerà una crescita esponenziale.

A testimonianza dell'assoluta centralità della digital transformation e dell'AI nella nostra società, il volto di Alan Turing comparirà sulla nuova banconota da 50 sterline messa in circolazione dalla Bank of England entro la fine del 2021. La foto dello scienziato inglese sarà accompagnata da una serie di formule matematiche tratte dalla sua pionieristica ricerca sui computer. 

In questo fase di transizione che coinvolge a pieno titolo il nostro Paese, la vera sfida per il sistema produttivo italiano e, in particolare, per le Piccole e Medie Imprese consiste nel saper cogliere e massimizzare le potenzialità offerte dell'AI, dalla robotica e dell'automazione.  

Se l'Italia in questi anni ha maturato un significativo ritardo nell'adozione delle tecnologie digitali - posizionandosi al 25esimo posto su 28 in Europa secondo l'ultimo rapporto DESI (Digital Economy Society Index) pubblicato dalla Commissione di Bruxelles nel 2020 -, oggi abbiamo l'opportunità, al pari di tutti gli altri Paesi, di ripartire da zero e colmare così l'attuale gap di competenze e investimenti con ricadute positive sull'intera economia, così come su ogni singola impresa.  Un'occasione unica per il nostro sistema produttivo considerato che questo divario digitale può rappresentare un vero e proprio ostacolo all'adozione dell'AI da parte delle aziende italiane.

In un contesto come quello attuale, le PMI possono contare su una serie di punti forza in grado di assicurare loro un'inaspettata posizione di vantaggio competitivo nella corsa all'AI rispetto alle aziende di molti altri Paesi. Sono alcune delle principali caratteristiche del nostro tessuto produttivo - spesso considerate come elementi di criticità - ad essere oggi annoverate tra i potenziali punti di forza delle nostre aziende nell'affrontare nel modo più semplice,  sicuro e proficuo questa trasformazione. Ad esempio, la resilienza del sistema produttivo italiano, la sua flessibilità organizzativa dettata soprattutto dalle dimensioni ridotte di gran parte delle imprese e da una forte presenza familiare, sono tra i fattori chiave - come spiega Stefano Da Empoli nel suo libro Intelligenza artificiale: ultima chiamata - "che potrebbero in questo caso favorire una reattività maggiore verso un'applicazione pervasiva della tecnologia". Inoltre, il rapporto diretto con il cliente e l'ascolto dei suoi bisogni specifici che contraddistinguono le aziende italiane e il made in Italy rientrano tra gli ambiti che più di altri potrebbero beneficiare delle applicazioni dell'AI in termini di una maggiore personalizzazione dell'approccio commerciale e del prodotto. Come rilevato dal McKinsey Global Institute che ha individuato tre settori aziendali in cui si prevede con ogni probabilità il maggior impatto dell'AI: Sales & Marketing; produzione; gestione del rischio. 

A testimonianza dell'impegno dell'Italia nell'investire nell'AI e nelle nuove tecnologie, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) prevede lo stanziamento di 40,7 miliardi di Euro per la Missione 1 denominata "Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura". I fondi sono così ripartiti: 9,75 miliardi di Euro per la "Digitalizzazione, innovazione e sicurezza nella PA"; 

24,3 miliardi di Euro sono destinati alla "Digitalizzazione, innovazione e competitività nel sistema produttivo"; 6,6 miliardi di Euro sono indirizzati al "Turismo e cultura 4.0". Si tratta, in ogni caso, di uno sforzo che il nostro Paese non può sostenere da solo, ma che richiede una forte collaborazione e un attento coordinamento con le istituzioni europee e gli altri Paesi EU, così come tra settore pubblico e quello privato, nell'ottica di recuperare il ritardo che separa l'Europa nell'adozione dell'AI e delle altre innovazioni tecnologiche dai Paesi più avanzati, come Stati Uniti e Cina. 

Le 3 sfide a portata di mano per ogni impresa a prova di AI

Se le PMI hanno potenzialmente tutte le carte in regola per cogliere le oppotunità dell'AI, come importante driver di crescita, perché questa possibilità diventi realtà la prima sfida da affrontare è di carattere culturale. Occorre, innanzitutto, adottare un nuovo mindset considerato che l'aspetto più complesso è rappresentato dalla gestione del cambiamento rispetto alle dinamiche aziendali tradizionali, alle modalità abituali di lavoro e alle competenze richieste. È necessario aumentare la consapevolezza in materia, togliere quell'alone di mistero che ancora circonda questa tecnologia e sfatare alcuni miti, tra cui quello secondo cui l'adozione dell'AI in azienda richieda considerevoli investimenti. Se è vero, infatti, che l'AI può essere molto costosa - soprattutto sul fronte della ricerca -, oggi sono disponibili soluzioni per tutte le esigenze e tutte le tasche sia in termini hardware che software, pensiamo - ad esempio - al cloud computing. Detto ciò, il punto di partenza per ogni impresa intenzionata a compiere questo processo di transizione verso l'AI è quello di valorizzare le risorse, i beni, i contatti, le competenze e i dati di cui già dispone e fare rete con le altre PMI in un'ottica di collaborazione, scambio e innovazione reciproca. Un modello, quello della cosiddetta "co-opetition" (ovvero una strategia competitiva e, insieme, collaborativa tra due o più imprese concorrenti) che, come nota Da Empoli, è tipica del nostro sistema produttivo e rappresenta una di quella caratteristiche distintive che oggi possono rivelarsi molto utili. 

La seconda sfida si gioca sul piano organizzativo, ancor prima che tecnologico. Una volta compresa la portata del cambiamento che l'AI è in grado di generare, ogni impresa deve riuscire a implementare rapidamente queste soluzioni, mentre procede passo dopo passo all'integrazione di queste applicazioni con i tradizionali processi aziendali. Se la completa integrazione dell'AI all'interno dei dell'organizzazione è un cammino lungo e complesso, la via maestra da seguire è quella della gradualità e dell'integrazione, piuttosto che un percorso di cambiamento repentino basato sulla sostituzione. La natura trasversale e pervasiva di questa tecnologia richiede, infatti, il progressivo abbattimento dei silos verticali tipici dei modelli aziendali più rigidi in favore di un approccio orizzontale e flessibile e di percorsi di innovazione che coprano tutti i dipartimenti. Pertanto, occorre una chiara visione strategica, combinata a un piano di medio-lungo termine, che permetta di identificare le aree aziendali in cui l'adozione dell'AI può portare i maggiori benefici con conseguenti ricadute economiche positive. Per questo, oltre a sviluppare o consolidare l'infrastruttura tecnologica e la governance dei dati, è necessario costituire team di lavoro orizzontali in grado di operare e prendere decisioni con agilità e rapidità. La terza ed ultima sfida si gioca, invece, sul piano tecnologico: un fronte sì decisivo, ma troppo spesso eccessivamente temuto e sopravvalutato soprattutto se si considera che l'investimento previsto per l'implementazione di queste innovazioni è di gran lunga inferiore a quello necessario per l'evoluzione e lo sviluppo delle nuove competenze richieste dall'AI.

Machine learning, big data, robot, cloud computing e analytics: tutto ciò è a portata di mano, ma per garantire eperienze positive di sviluppo è indispensabile educare tutte le risorse presenti nell'organizzazione, a tutti i livelli aziendali. Occorre coinvolgere sin dall'inizio i dipendenti per spiegare loro cos'è e come funziona l'AI e quali sono le opportunità che offre all'impresa, fino a una sua comprensione profonda e alla diffusione di una cultura aziendale digitalfirst; così come è altrettanto importante approfondire l'impatto delle macchine sul loro ruolo e sul modo abituale di lavorare. Ogni collaboratore deve essere consapevole della strada intrapresa e della necessità e dell'importanza di utilizzare nuovi processi e tecnologie in un'ottica di vantaggio competitivo. Allo stesso modo, i lavoratori, che temono di diventare obsoleti, hanno bisogno di essere rassicurati per quanto riguarda l'impatto dell'AI sui flussi di lavoro, sui loro ruoli e sulla cultura dell'impresa: le macchine non sostituiranno il lavoro, ma lo cambieranno profondamente, affiancando l'uomo in molteplici attività e rappresentando un valido supporto nel risolvere problemi o nel perseguire determinati obiettivi. Come scrive il filosofo Remo Bodei "almeno per lungo tempo il cervello umano godrà di preziosi vantaggi rispetto ai computer e a tutti i nuovi dispositivi", sottolineando come "l'imprevedibile ambiguità e imperfezione" che caratterizza l'essere umano, unita alla creatività, continueranno a costituire il nostro principale punto di forza sulle macchine.

Alla luce di tutto ciò, occorre innanzittutto investire sulla formazione e sull'aggiornamento del capitale umano - che rappresenta ad oggi la principale criticità per il nostro Paese - nell'ottica di vero e proprio reskilling in grado di riqualificare chi oggi è già inserito nel mondo del lavoro e necessita di colmare quel gap di competenze necessarie per affrontare il cambiamento; così come è necessario ripensare il modello e il ruolo dell'educazione delle nuove generazioni - a partire dalla scuola e dall'università. Si tratta di un sforzo decisivo che coinvolge l'intero Sistema Paese: dal settore privato a quello pubblico, dal mondo del lavoro a quello della formazione, dalle imprese ai cittadini: la sfida delle persone e delle competenze è centrale per compiere quel cambio di passo e di prospettive in grado di fare la differenza nella corsa all'AI. Se le PMI sono i pilastri della nostra economia, il loro ruolo in questa partita risulta decisivo: ancora una volta agli imprenditori italiani è richiesta una prova di coraggio che, se vinta, porterà a un vantaggio competitivo solido e duraturo. 

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